Titolo: Dodici discorsi morali, storici e politici  


Autore: Alberto Radicati
Collana: Diogene
Pagine: 388
Formato: 17x24
Legatura: brossura cucita
Prezzo: € 20,00
ISBN-10: 88-95010-27-2
ISBN-13: 978-88-95010-27-4
Pubblicazione:  settembre 2007
a cura di Tomaso Cavallo
   

    A segnalare l’importanza di Alberto Radicati fra gl’intellettuali del primo Settecento italiano ed europeo fu Pietro Gobetti, che sentì fortemente l’attrazione di quella figura di nobile ribelle, democratico, anticlericale e proto comunista. Del conte di Passerano, da lui definito «primo illuminista della penisola», Gobetti ha tracciato, nel suo Risorgimento senza eroi, un ritratto pieno di forza e vivacità poi ripreso, precisato e approfondito da Franco Venturi.
    I
Discorsi uscirono a Londra nel febbraio del 1734 col titolo Twelve Discourses concerning Religion and Government. L’edizione che oggi presentiamo del capolavoro radicatiano colma una lacuna quasi incredibile: a oltre duecentosettant’anni dalla pubblicazione delle sue versioni inglese e francese, il più nobile manifesto anticlericale del primo Settecento italiano non era mai stato stampato prima d’ora nel nostro paese. Eppure i Discorsi costituiscono un'importante testimonianza del pensiero illuminista: un atto d’accusa contro l'opera profondamente corruttrice della fides mercenaria che pretende «di conciliare, per mezzo di numerosi riti superstiziosi, una vita malvagia con la speranza della salvezza eterna».
    Radicati si richiama alla parola di Gesù per rimproverare alla Chiesa la sua decadenza morale e la sua volontà di dominio terreno; propone la nomina degli ecclesiastici da parte dello Stato, la confisca dei beni ecclesiastici, la sottrazione ai religiosi dell'insegnamento, l'abolizione dell'Inquisizione.

  Incipit:  Dodici discorsi

           

Rivista di Storia del Cristianesimo

Editrice Morcelliana

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Recensioni

Alberto Radicati conte di Passerano e Cocconato, Discorsi morali, isterici e politici, a cura di Duccio Canestri, Nino Aragno Editore, Torino 2007; Alberto Radicati, Dodici discorsi morali, storici e politici, a cura di Tomaso Cavallo, Gammarò editori, Sestri Levante 2007.

A centosettanta anni dalla triste morte olandese del più celebre illuminista piemontese, un caso fortuito ha voluto l’uscita pressoché simultanea di due edizioni italiane dell’opus majus di Alberto Radicati di Passerano (1698-1737). Se D. Canestri è andato a ripescare, in un manoscritto acquistato nel 1982 della Fondazione Einaudi, un’anonima traduzione tardo-settecentesca o primo-ottocentesca dei Discours Moraux, Historiques et Politiques (Rotterdam 1736, all’interno di Recueil de pièces curieuses sur les matières les plus intéressantes), T. Cavallo propone invece una sua traduzione dalla terza edizione londinese (1737) dei Twelve discourses, con tanto di segnalazione in nota delle varianti più significative rispetto alla versione francese e alle precedenti edizioni inglesi (ambedue del 1734). I due volumi presentano corpose e dotte introduzioni al testo, a firma rispettivamente di G. Ricuperati e dello stesso T. Cavallo. E in entrambe il primo obbligato omaggio è a Franco Venturi e al suo fondamentale, Saggi sull’Europa illuminista I. Alberto Radicati di Passerano, Einaudi, Torino 1954.
Quella che possiamo adesso leggere nella lingua nativa del conte di Passerano è dunque un’opera intrinsecamente cosmopolitica: vergata probabilmente in francese, edita per la prima volta in inglese, pubblicata poi in francese nelle Province Unite, segnala i passaggi geografici e culturali che un uomo dell’«illuminismo radicale» era portato a compiere nell’Europa del primo Settecento. Ma altrettanto interessante era stato il cambiamento di destinatario cui si erano piegate le pagine di Radicati: non più un energico principe da poco elevato a monarca, al quale un aristocratico d’altissimo lignaggio, mostrando gli arcani dello Stato e della Chiesa, suggerisce segretamente i mezzi per rafforzare il trono e assicurare la felicità dei sudditi, ma l’esuberante mercato librario anglo-olandese cui deve ricorrere un fuggiasco ormai privo di mezzi, nonché bersaglio a breve di forti avversioni. Tra il 1724 e il 1728, Radicati aveva scritto i suoi Discours per Vittorio Amedeo II: a quanto testimonierà più avanti, era stato lo stesso sovrano a chiedergli con interesse un’esposizione organica dei suoi principi riformatori, ai tempi dei conflitti giurisdizionalistici più accesi tra corte sabauda e trono di Pietro. In seguito erano venute le trattative per il concordato, l’anticurialismo era passato in subordine e nel 1725 il conte era riparato in Inghilterra, temendo la rinnovata baldanza di un’Inquisizione che già lo aveva preso di mira due anni prima. Processato e infine condannato alla confisca dei beni per espatrio non autorizzato, ma ancora nutrendo fiducia nel suo sovrano, il Passerano decise di vincolare il suo ritorno all’esame e all’approvazione, da parte regia, della sua «riforma»; nel 1728, dopo un viaggio complicato, arrivava a Torino un manoscritto racchiuso in una cassetta sigillata.
Lungi da riconciliarlo col re, i Discours dovevano segnalare la definitiva rottura tra Radicati e il Piemonte: «sa témérité de nous adresser une ouvrage de cette nature [...] le rend indigne de notre protection», faceva sapere Vittorio Amedeo II. Il conte italiano era ormai un esule povero e solo. Nel 1730 pubblicò in inglese il primo Discorso e l’indice dell’intera opera, che vedrà la luce solo quattro anni dopo, presumibilmente rimaneggiata e «radicalizzata» con inserti spinoziani e antitrinitari (il manoscritto originario è andato perduto, rendendo impossibile procedere a raffronti: ma abbiamo pur sempre a disposizione l’edizione francese del 1736, che verosimilmente rispecchia da vicino la versione primigenia).
Radicati doveva dunque soffrire sulla propria pelle l’ostilità di un monarca assoluto nel momento stesso in cui gli offriva agguerriti argomenti per potenziare il suo assolutismo. Gli ultimi Discorsi sono tesi infatti a dimostrare che il Principe ha il diritto di impadronirsi anche dell’«autorità sacra», esautorandone una Chiesa degenerata che aveva da tempo profittato del suo dominio sulle coscienze per tiranneggiare popoli e autorità temporali. Ricorrendo a Machiavelli, Hobbes e Sarpi, e proponendo i modelli di Enrico VIII, Luigi XIV e Pietro il Grande, l’autore si prodiga perciò a proporre puntuali «regolamenti» ispirati a un giurisdizionalismo estremo - ovviamente irricevibili da parte dello stato sabaudo - che vanno dal totale incameramento dei beni ecclesiastici alla loro distribuzione ad aristocratici e comuni, dallo scioglimento delle confraternite all’abolizione dell’Inquisizione (non in nome della tolleranza, ma perché una polizia della fede, quand’anche fosse sottoposta al re come in Spagna, incrementa comunque il pericoloso potere dei preti), dalla proibizione del casuel alla radicale diminuzione delle feste religiose. Laddove poi Vittorio Amedeo II, prima dell’abdicazione del 1730, aveva in effetti vietato ogni donazione pia o precluso l’insegnamento ai gesuiti, Radicati si attribuisce il merito di una risolutiva influenza (Discorso XII).
D’altra parte, per Radicati, il dispotismo clericale si era potuto affermare solo tradendo l’autentica, originaria lezione cristiana tanto in merito a un’egualitaria organizzazione ecclesiale quanto al reddite, quae sunt Caesaris, Caesari. I «discorsi storici» (IV, V, VI, VII, VIII, IX) ripercorrono la via che dall’istituzione - compiuta in buona fede dagli apostoli stessi - di vescovi e diaconi a vita aveva condotto all’alterigia tem-poralistica di Gregorio VII e Innocenzo III (e ai pugnali di Clément e Ravaillac), passando per l’istituzione di gerarchie sempre più articolate, per il progressivo arricchimento del clero e per il definitivo dominio del patriarca di Roma sulla Chiesa universale. Tuttavia, se uno Stato che tenga alla sua autorità e prosperità vorrà colpire la ricchezza e il potere del clero, monopolizzando il potere di dispensare gli officia e corrispondendo ai chierici regolari e secolari una somma di denaro che permetta loro di «decentemente sostentarsi, senza che questa possa fomentare la loro ambizione», potrà conseguirne un contenimento degli antichi abusi della Chiesa e un riavvicinamento di questa - via autorità secolare - alla morale e all’ecclesiologia evangelica. Così Radicati si augurava facesse Carlo I di Napoli, cui dedicava l’edizione francese dell’opera in un ultimo sussulto di speranza nella radicalità riformatrice di un sovrano italiano. Solo l’abbattimento, con la forza e l’astuzia, della «crudele oppressione degli Ecclesiastici» avrebbe peraltro consentito l’unificazione politica della penisola.
La radicalità dell’impostazione radicatiana non si esauriva però nel giurisdizionalismo più accentuato, nell’«autoritaria rigenerazione» della chiesa o nell’auspicio machiavelliano di un’Italia unita. E non solo perché, quando parla dei due formidabili «artifizi» su cui si regge il potere dei monaci, la confessione e il Purgatorio, il Passerano mette in questione due pilastri teologici del cattolicesimo (Discorso VIII) - d’altronde, la sua prima pubblicazione inglese (1730, riportata in traduzione italiana in appendice al volume curato da Cavallo) era stato lo spiritoso racconto del proprio rifiuto, risalente agli anni piemontesi, dei dogmi della religione romana. Nell’XI Discorso Radicati si diffonde sull’origine politica di tutte le imposture religiose (le quali «si sono diffuse nelle varie società allo scopo di confondere le nozioni di bene e di male morale»), indispensabili per rafforzare il dominio dei legislatori che le inventarono o comunque le introdussero: è proprio a causa di questa origine che una moderna autorità secolare può rimpadronirsi della chiesa, laddove in passato se la sia fatta sfuggire. Ma il free-thinker che pure ha letto il Traité des trois imposteurs, eccettua dalla sua analisi demistificatoria «questa religione infinitamente saggia e giusta [che] è la religione cristiana in quanto fondata sugli stessi principi della religione naturale». Beninteso, il riferimento non è al dogmatizzato, assurdo cristianesimo trinitario di cui si era servito Costantino, ma all’originario messaggio cristico: nessuna impostura, nessuna brama di potere nel nazareno Gesù, ben diverso dagli altri due fondatori di monoteismi cui l’esule piemontese aveva dedicato nel 1732 una biografia parallela sul modello plutarcheo (tradotta da Cavallo nel 2006: Alberto Radicati, Vite parallele, Gammarò editori, Sestri Levante, pp. 3-27). Al suo esempio e insegnamento sono dedicati i primi tre discorsi. Nemico dei preti e predicatore di povertà e tolleranza, carità e perdono, il Gesù di Radicati non si era limitato a dispensare i principi della morale razionale, a «ripubblicare» (per dirla con Tindal) quella legge di natura che sola può regolare una coscienza retta e guidare l’individuo alla virtù e alla felicità. Per quanto disatteso dagli stessi suoi seguaci, egli aveva offerto un’autentica legislazione positiva per abolire la maledizione del lavoro e della Legge, per ricondurre gli uomini all’innocenza primigenia, alla beatitudine paradisiaca di Adamo e dei selvaggi, dei bambini, degli animali: una «democrazia perfetta» fondata sull’assenza di proprietà privata e famiglia, sull’eguale partecipazione al potere e alle ricchezze della natura, sempre provvidamente bastevoli a sfamare l’intera umanità. Il promesso regno dei cicli era semplicemente tale antica armonia (esattamente opposta al caotico stato di natura teorizzato da Hobbes), che occorreva restaurare dopo che ambizione e avidità ne avevano lungamente impedito l’accesso ai popoli civilizzati.
In questo Gesù naturalista, comunista e antinomiano, che Cavallo definisce «apocatastatico», bisogna ovviamente leggere - sulla scorta dell’imprescindibile lezione di Venturi e Baczko - il polo utopistico della riflessione di Radicati. Accanto al riformatore che propugna uno spregiudicato assolutismo politico, ecco emergere il vagheggiatore «quietistico» del superamento di ogni politica, il precursore di dom Deschamps: per certi aspetti, perfino il sincero spirito religioso, a contatto forse coi gruppi radicali del mondo settario anglo-olandese, tra quaccheri e inquieti francesi del Rifugio. Non a caso Radicati, ripubblicando indipendentemente nel 1737 il III Discorso della versione inglese (totalmente diverso e assai più insipido il corrispettivo dell’edizione francese), lo metterà in bocca al sabbatariano quacchero Elwall. Per Venturi altrettanto che per Cavallo, ha quindi un senso la dicitura di «libero pensatore cristiano» con cui Radicati firmava uno scritto del 1736.
L’aristocratico italiano si spingeva così dove molti di quei deisti inglesi che pur aveva letto e frequentato più non potevano accompagnarlo: troppo impegnati contro l’idea di una costituzione cristica della Chiesa, teoria storicamente fatta propria dai tradizionalisti, per accettare una qualunque visione «licurghea» di Gesù. Che se poi i free-thinkers, così come alcuni philosophes e negli anni successivi (ad esempio nella Epitre aux Romains del 1768, che Voltaire pubblicò proprio col falso nome di «conte de Passeran»!), si soffermavano sul comunitarismo dei primi gruppi cristiani, era solo per includerlo tra i frutti dell’entusiasmo: un frutto forse non detestabile come altri, ma certo improponibile come sommo modello politico. Da parte loro, gli storici della chiesa tedeschi scateneranno tutta la loro erudizione per stroncare il paragone radicatiano (ulteriormente ampliato in uno scritto del 1736, particolarmente diffuso in Germania e riportato in traduzione italiana nel manoscritto della Fondazione Einaudi, oltre che in A. Radicati, Vite parallele, cit., pp. 31-68) tra il legislatore spartano e il Nazareno.
Nel X Discorso, il più lungo e complesso, l’autore sviluppa il suo antiagostinismo in senso spinoziano: il bene e il male morale sono rispettivamente ciò che agevola e ostacola la preservazione dell’individuo. Per il conte di Passerano, è solo quando la follia umana induce a forzare la natura che tra gli uomini emergono disuguaglianza e discordia ed emerge quindi la necessità di una direzione politica. Radicati parla allora di modelli di governo: è legittimo ogni regime che goda del consenso generale del popolo: tanto il democratico che l’aristocratico o il monarchico. Ma il primo poggia su basi fragili, se ammette il meum e il tuum, e gli altri due, senza severi accorgimenti, degenerano facilmente in oligarchia e dispotismo. Un governo misto, «a tre teste», può al contrario essere passabilmente stabile - sempre che stronchi sul nascere la «quarta testa», quella clericale -: sceso dai cicli dell’utopia, Radicati lascia trapelare la sua ammirazione per quell’Inghilterra del Bill of Rights che gli aveva garantito ospitalità e libertà (almeno fino alla pubblicazione di A Philosophical Dissertation upon Death, 1732, di cui vedi l’edizione a cura di T. Cavallo, ets, Pisa 2003).
Assolutismo, costituzione mista, democrazia perfetta: i Twelve Discourses, rivelando complessi cortocircuiti tra riforma politica e riforma (e utopia) religiosa, documentavano i percorsi intellettuali di uno spirito travagliato, un rinnegato dell’aristocrazia, all’interno di quel mondo di atei e deisti, repubblicani e massoni, eterodossi e panteisti, per il quale M.C. Jacob e J.I. Israel hanno impiegato la categoria di «illuminismo radicale». Nella sua introduzione, Cavallo rintraccia nella letteratura di viaggio, nei libri di Tindal e Collins, nella narrativa di Swift, nei sermoni del vescovo Tillotson, oltre che in Bayle e nei classici del pensiero politico, i riferimenti della riflessione e dell’erudizione radicatiana. Dal canto suo, Ricuperati inquadra le ostilità inglesi contro Radicati - le quali dovevano portarlo nel 1732 a un breve arresto e due anni dopo alla partenza per l’Olanda - nel contesto più ampio della lotta condotta dall’establishment anglicano e talvolta dall’autorità giudiziaria, nell’Inghilterra liberale ma conservatrice di Walpole, contro deisti, negatori dei miracoli di Cristo, non conformisti. Ne esce leggermente ridimensionata la solitaria grandezza che Venturi tendeva ad attribuire al Passerano, talmente estremistico da «faire naître une inquisition exprès pour lui en Angleterre» (com’ebbe a dire compiaciuto, nel 1732, l’ambasciatore sardo a Londra): anche il caso di Woolston, processato e imprigionato nel 1729 per i Discourses on the Miracles of our Saviour, aveva dimostrato la possibile prevalenza delle ragioni della stability su quell’ampio diritto alla libertà di stampa di cui profittava un free-thinking che aveva peraltro convogliato vecchi umori repubblicani.
Coi suoi entusiasmi e i suoi sarcasmi, la sua inquieta radicalità e le sue contraddizioni, l’opera di Radicati segnava a ogni modo, forse comparabilmente al solo Pietro Giannone, la partecipazione italiana alla più audace ricerca intellettuale del primo illuminismo europeo. Nel frattempo, la penisola attraversava un decennio (1730-1740) di stagnazione e delusione. In attesa dell’edizione critica dell’intero corpus radicatiano, a cura di S. Berti e degli stessi Canestri e Cavallo, il merito di queste due concomitanti edizioni è quello di restituirci il testo più complesso e organico di un simile eroe gobettiano, di uno di quei «misteriosi profeti disarmati, sorpresi dalla tenebre, appena indovinano la luce», che «la storia è infallibile nel vendicare» (P. Gobetti, Risorgimento senza eroi, Edizioni del Baretti, Torino 1926, pp. 13 e 27-50).

Francesco Dei



L'autore:

Alberto Radicati

Nato da nobile famiglia piemontese, venne educato a corte, ma ben presto manifestò insofferenza sia per le convenienze del suo grado sociale sia per i vincoli dei dogmi religiosi. Il re Vittorio Amedeo II cercò di utilizzarne l'intelligenza per definire le relazioni con la Santa Sede, ma l'atteggiamento del Radicati andò oltre gli obiettivi della corona e lo scrittore dovette riparare a Londra. Qui lanciò un manifesto, in aperta rivolta contro i dogmi della Chiesa cattolica. In Discours moraux Radicati si richiama ai primordi del cristianesimo e alla politica sociale degli apostoli per rimproverare alla Chiesa la sua decadenza morale e la sua volontà di dominio sulle cose terrene. Nel 1732, in seguito alla pubblicazione di A Philosophical Dissertation upon Death, le autorità ecclesiastiche inglesi lo fecero imprigionare. Ottenuta la libertà, riparò in Olanda, dove col nome di Albert Bazin continuò tenacemente la sua opera.

 

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