Una scrittura sobria,
personale, che all’elemento autobiografico - nel colore del sentimento
soprattutto - si concede con misura, velando con un registro vagamente
scanzonato il malinconioso rapimento che pervade il racconto.
Che di un lungo racconto si tratta, di una vicenda di “amore e morte”; ma se per ciò rientra
perfettamente nella cornice classica del romanzo, vi si iscrive con ben
nuova tenuta stilistica. E si fa leggere d’un fiato.
Ben ponderato, tra
un incipit che allude a un arcano da svelare, e infine il rapido
procedere dell’investigazione e dello scioglimento, il racconto si
svolge agile, e via via par quasi che su di una mappa ben disegnata il
rosso del sangue dilaghi. È il sangue versato negli anni ’36 e ’37, nel
corso della guerra di Spagna, nel contrapporre civili e connazionali in
un conflitto voluto da una pervicace inumana volontà di conculcare la
libertà, prova generale di quell’altro conflitto che non conobbe confini
di terre e di popoli.
Ad ogni pagina, la guerra si fa più vicina, con le
strategie di morte, con gli inganni, con la diplomazia che trama in
segreto e intreccia destini, ed evoca nel lettore, nella pur sobria
narrazione, in alcuni momenti, il ricordo attuale di quelle parole di
Leonardo, che definiva appunto la guerra “pazzia
bestialissima”.
La condizione drammatica dell’uomo coinvolto suo
malgrado in eventi e situazioni che non può cambiare si rende manifesta
nell’esplodere del male, con le sofferenze lamentate e anche quelle non
confessate, e quelle indicibili.
Così si fanno più intensi e splendenti
i momenti amorosi.
Ma ancora una volta Beppe Grossi, quando canta
l’amore, non lo riserva agli amanti, ma dell’amore pervade il sistema di
relazioni che si vengono stringendo e lo mescola in destino inesorabile
al male e al dolore.
Così i volti si sfumano e i diversi personaggi, pur
rappresentati nella loro personale identità, si fondono come in un
corale che canta il doloroso mistero della esistenza. Nella luminosa
icona che il ricordo compone degli affetti amicizia amore cameratismo
lealtà - in qualche modo, in qualche luogo, la salvezza trova, nella
testimonianza, il suo sigillo: confermata dal registro insieme
conversevole, quasi goliardico, che apre il quadro dei ricordi, con il
funerale “felliniano”, il locale “della o dalla Dina”, e il policromo
affresco degli avventori, fa sì che il dolore si stemperi in una
coscienza di universale umana appartenenza.
(dalla introduzione di
Elvira Landò)
L'autore:
Giuseppe (Beppe) Grossi
è nato a Milano il 1° ottobre
1928, dove si è laureato in Architettura presso il Politecnico; in
seguito (Londra, 1964) ha conseguito un master in Composizione
architettonica ospedaliera che lo ha condotto a un breve
insegnamento presso il Politecnico di Milano. Ha collaborato, con
articoli e corrispondenze,
a “La voce repubblicana”, “Paese sera”, “Il lavoro italiano”,
“Iniziativa sanitaria”, “Edilizia popolare” e altri. Attualmente
collabora con Tigullio Menabò News. Per i nostri tipi ha pubblicato
“Moduli 24/1952-46/1974”, “Margherita Giovanna peschereccio
d’altura, Una storia d’amore nel Tigullio”.
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