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Non so quanti conoscano a fondo l’arte di Marcello Rezzano. Pochi, temo;
e sebbene quei pochi siano tutti intendenti e (dunque) convinti
estimatori dell’artista, la fama della sua opera e l’ammirazione per
essa resta confinata in una cerchia, per quanto prestigiosa, ristretta.
Perché Rezzano è artista peggio che schivo, scontroso, chiuso in una
solitudine altera e quasi sprezzante; e non ha mai fatto, in vita sua,
una mostra che è una e le poche sue opere che sono uscite dalle mura
domestiche ne sono uscite esclusivamente sulla via dell’affetto:
soltanto quando Rezzano era sicuro che sarebbero state negli occhi e nel
cuore di persone capaci di goderne.
Almeno un paio di famosi galleristi – parlo solo di cose che conosco
direttamente - gli hanno chiesto sue opere da esporre nelle loro
gallerie a New York e in Germania. L’offerta è più che interessante, le
gallerie prestigiose; Rezzano ci pensa: «E perché no? Quante opere
volete? Tre, cinque, dieci?». «Lei ci deve assicurare almeno un
centinaio di quadri all’anno». Rezzano fissa lo sguardo nel volto a
quello che ha parlato, poi guarda incredulo anche l’altro, che non batte
ciglio. Rezzano, anche se si capisce lo sforzo che compie per trattenere
quell’espressione sintetica che recentemente la Corte Costituzionale ha
depenalizzato, parla con tutta la cortesia possibile: «Ringrazio per la
stima, ma, vedete, io vivo la pittura esclusivamente come un bisogno
espressivo; l’altezza dei risultati non sta a me valutarla, ma quello
che è certo è che non posso farne un mestiere, non posso dipingere su
ordinazione». E li accompagna alla porta: «Se ci ripensa, ce lo faccia
sapere», dice uno dei due. «Grazie, ma sarà difficile». E, chiusa la
porta alle spalle dei due personaggi, Rezzano la pronuncia, anzi la
digrigna, la parola che gli era rimasta
nella strozza.
Questo piccolo ricordo mi serve non solo per sbozzare alla svelta il
personaggio Rezzano e, un poco almeno, per accennare la serietà
dell’artista; ma anche per mettere in rilievo l’ eccezionalità
dell’evento di oggi: la pubblicazione di alcune sue opere grafiche. E
dunque la soddisfazione e l’orgoglio di far conoscere a un pubblico un
poco più vasto del solito il profilo di un artista sostanzialmente
ancora sconosciuto.
Si tratta di due serie di opere grafiche – ognuna delle quali ha
richiesto mesi di applicazione - che hanno Sestri al loro centro; o,
diremo meglio, Sestri come punto di partenza emotivo: perché poi lo
sguardo cerca l’infinito, in una sfida paradossale contro la sfericità
della terra: e senza perdere il proprio ancoraggio al dettaglio, alla
fisicità del reale, li trascende in una fantastica evocazione (e
concreta rappresentazione) di lontananze geografiche e suggestioni
culturali che si saldano nell’espressione, un po’ attonita, di una
visione poetica originale, vibrante di una molteplicità di motivi e di
affetti.
A qualcuno verrà in mente il nome di Saul Steinberg, uno dei maggiori
artisti del Novecento che senza la stupidità del fascismo sarebbe potuto
essere italiano e invece è diventato – senza dubbio per sua fortuna –
americano.
E con Steinberg e il suo sguardo stralunato e attento, ironico e severo,
il Rezzano grafico che presentiamo ha senza dubbio sorprendenti legami:
affinità in parte elettive, d’istinto e di temperamento, in parte
rivendicate deliberatamente, come una scelta culturale o una
dichiarazione di poetica: una cosa stupefacente per chi conosce Rezzano
e la sua schiva orgogliosa determinazione di far parte a sé.
Rezzano ha cominciato nel 1980 a disegnare la serie di 4 disegni che ha
intitolato Sestri Levante e
dintorni: un’apertura progressiva di orizzonti che a partire da un
trionfo di fiori in primo piano dilaga sul mondo: ogni quadro è preciso
come una mappa, sognante come un itinerario fantastico, insofferente di
limiti fisici (banalità come la curvatura terrestre o l’acutezza della
vista non lo riguardano) o politici (non vi sono, nel quadro, confini
nazionali anzi nemmeno nazioni ma solo città anzi nemmeno città,
soltanto nomi) o realistici: prendiamo a questo proposito il quadro (il
quarto di sguardo), splendido,
Verso Ovest: Sestri è
descritta pietra per pietra e può far da guida a un turista (anche il
lampione sulla passeggiata a mare è al suo posto, ed è proprio quello).
Ma, attenzione, Rezzano non è né fotografo né cartografo né paesaggista:
dove la realtà non soddisfa appieno il suo senso estetico, inventa senza
la minima esitazione: l’ordine dei pieni e dei vuoti che intercetta lo
sguardo non produce quell’armonia dello spazio che gli serve? E lui
serenamente inventa: così quella vegetazione in primo piano e quella
casa così tipicamente sestrese non esiste (o non esiste in quella posizione);
così come non esiste (purtroppo) quella meravigliosa architettura
rinascimentale a fianco della Parrocchia: ma lui la mette; così come
decide di esporre uno stendardo genovese sotto Villa Matilde. Perché?
Perché lì gli serve un po’ di bianco: semplice.
Anche in un altro modo - e in un altro senso - Rezzano prende le
distanze da quella realtà che pure raffigura con tanta precisione: egli
non immobilizza l’istante, al contrario impianta, nello spazio, la
dinamica del racconto: se appena lo assecondate potete giungere ovunque:
lo spazio che tratteggia è vivo, cosparso di cartelli indicatori, come
nei fumetti di Paperino, di segnali, di navi e d’avventure.
Non vi sono, nel quadro, uomini (tantomeno automobili: è questa una
radicale differenza rispetto allo sguardo di Steinberg) né altri segni
di vita percettibili altrimenti che per allusioni: le automobili non
sono mai state inventate, evidentemente; quanto agli uomini, sono tutti
da questa parte del quadro: intenti a guardarlo; o nascosti
sottocoperta, nelle infinite navi che solcano lo spazio candido del
mare, o impliciti in quelle città lontane di cui Rezzano vi consegna
solo il nome perché quello che si deve mettere in moto è la vostra
immaginazione; e, ancora, non vi sono uomini nel quadro perché metterne
alcuni toglierebbe solennità all’insieme, ne limiterebbe la tensione
verso l’infinito, l’irrequietezza di percorrere e possedere il tutto che
dilata l’orizzonte e rende vivo – dico vivente, dico dinamico, dico
irrequieto - lo spazio. Tanto che – potete scommetterci – se guarderete
il quadro un’altra volta lo troverete mutato: impercettibilmente magari
ma mutato.
Rezzano dunque disegna questi quattro quadri nel 1980 e poi, per 25
anni, se li dimentica. Beato lui. Uno fa una cosa che ha pochi
precedenti nell’arte (perché sarebbe errore grave considerare questi
quadri solo come esempio di abilità grafica e trascurarne l’equilibrio
interiore, il canto, la poesia: l’energia che scaturisce dalla
distruzione delle barriere che si frappongono allo sguardo, alla libertà
dell’immaginazione) e si prende il lusso di dimenticarla…
Sì, a un amico può venire la tentazione di sgridarlo:
perché allo stesso modo fra le sue carte potete trovare schizzi
risalenti al ’53, d’una forza e d’una ricchezza interiore sconcertanti,
abbandonati con sovrana trascuratezza sotto la scatola dei
colori. Ma questo è Rezzano: e seppure per un verso possiamo
rimproverargli d’aver dipinto troppo poco e di non aver fatto nulla per
farsi conoscere, d’altra parte sentiamo che questa sua debolezza
commerciale è il risvolto della sua forza d’artista: la sua
sincerità, il suo esclusivo abbandono al bisogno espressivo di un
momento; e viene da sorridere pensando a quelli che vengono a proporgli
di fare almeno cento quadri
all’anno…
Poi, nel 2005, l’editore Marcos Y Marcos dedica un libro a Saul
Steinberg: e in quelle pagine, precisamente a pagina 281, Rezzano trova
un disegno che lo fa sobbalzare: è una copertina che Steinberg ha
disegnato per il «New Yorker» del 29 marzo 1976, nella quale si
susseguono, parallele, la Nona, la Decima strada di New York, e poi
l’Hudson; quindi, piatta e deserta, con pochi picchi simili a cactus,
l’America, infine il Pacifico che all’orizzonte si frange contro le
coste della Cina, del Giappone, della Russia.
«A mio parere in tutta la storia dell’arte non esiste nulla di
paragonabile» a questo disegno, dichiara giustamente entusiasta Arthur
C. Danto, autore dell’articolo che Marcello Rezzano legge con
attenzione: a questo punto
gli cadono in cuore di colpo i suoi vecchi disegni, e comincia
probabilmente a sospettare d’avere fatto, venticinque anni prima,
qualcosa di interessante; riprende la penna e su quattro grandi fogli
campisce ariose architetture: la storia e la geografia del mondo in
quattro quadri.
Stavolta Sestri non è più in primo piano né – tantomeno – in primo piano
fioriscono rigogliosi dettagli: stavolta lo sguardo non parte da terra
ma si libra in alto; la prospettiva è più maestosa e tende a racchiudere
tutto intero il mondo: la diversità di impostazione rispetto alla prima
serie appare evidente se confrontiamo a due a due gli sguardi
corrispondenti.
Così, se prendiamo la vista
verso Ovest del 2005 e
la confrontiamo con quella del 1980, troviamo che adesso le Azzorre, in
mezzo all’Atlantico, non differiscono molto, quanto a dettagli, da
Sestri (se guardate attentamente vedrete attorno ad esse lo stesso
delirio di barche che riempie il “Mare Ligustico”); mentre nel 1980
Sestri costituiva una massa lussureggiante che riempiva tre quarti del
quadro e le Azzorre erano appena alluse da un esile ovale indistinto.
Nemmeno nel 1980, si badi, Sestri era l’ombelico del
mondo: perché lo sguardo pur compiacendosi in essa non ne restava
prigioniero, anzi come abbiamo visto se ne dipartiva slargando svelto
sul mondo: del quale tuttavia Sestri era come il proscenio, la parte
privilegiata, tanto che il mondo era visto non altrimenti che come
“dintorni” di Sestri Levante.
Per misurare appieno la novità del nuovo sguardo – rispetto a quello
“prima maniera” ma anche rispetto alla svelta matita di Steinberg –
basta soffermarsi sulla veduta verso Nord del 2005.
Qui abbiamo una vera e propria
mappa metafisica: le coste dello Jutland sono non solo alluse ma
disegnate con la stessa cura e nettezza di quelle del Tigullio. Eppure
le une e le altre trascendono la propria concretezza e rimandano ad
altro: al sogno del viaggio, al desiderio/timore dell’ignoto, alla
tensione verso l’avventura e la conoscenza. Guardate le isole
britanniche se non puntano verso il Polo con la forza persuasiva di un
cartello indicatore che si frantuma, però, nella ironica dubitosa
ambiguità d’una serie di puntini di sospensione…
Abbiamo parlato di “racconto” per definire i disegni di Rezzano dell’80:
nel 2005 il racconto si dilata, si complica, si struttura per blocchi
che si sovrappongono e si intrecciano: come un romanzo; o come una
sinfonia che si aggira attorno ai propri temi e li trasforma; qui la
stessa prospettiva, che pure è tecnicamente perfetta e signora assoluta
del quadro, esplode o viene trascesa: se da una parte, infatti, il punto
di fuga è identificabile con il Polo, che l’Inghilterra indica con
l’energia dinamica di una bussola, dall’altra parte il quadro nel suo
complesso non ha linee convergenti: lo spazio si crea espandendosi verso
l’esterno, e tutti i punti hanno la stessa importanza.
Voglio insistere su questo: perderebbe molto chi, innanzi all’opera
grafica di Rezzano, si limitasse ad ammirarla come se fosse
soltanto un pezzo di bravura: perché
in essa l’abilità tecnica è al servizio di una potente visione
poetica e questa è a sua volta, a dispetto del rigoglio fantastico dei
dettagli, ordinata nel ritmo di una rigorosa armonia compositiva: è per
questo che i quadri di Rezzano regalano, a chi sappia guardarli con
l’attenzione che richiedono, l’emozione profonda e continuamente nuova
delle autentiche opere d’arte.
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