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CIRCOLO DI STUDI "Fermiamo i ricordi"
a cura di ORNELLA VISCA
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ORNELLA VISCA
(Genova 1946), laureata in Lettere all’Università di Genova, ha
insegnato per oltre 35 anni nella scuola secondaria superiore
dedicandosi nel contempo ad attività di sviluppo culturale: un lungo
impegno che sfocia per la prima volta in volume con questa felicissima
raccolta di racconti di vita.
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Mi chiamo
MARIO CASTAGNOLA
sono nato il 5 luglio 1923 a Riva Trigoso, dove ancora risiedo. Non ho
potuto conoscere bene mio papà Pietro, che ha avuto cinque maschi e due
femmine, poiché nell’anno 1925 fu colpito da tubercolosi e compì la sua
esistenza il 6 gennaio 1935.
Mia mamma Emma,
uscita da una famiglia matriarcale, aveva interrotto gli studi alla
terza elementare. Il lavoro svolto da mio padre prima della malattia era
stato quello di marinaio e lattoniere. Le difficoltà
economiche nella famiglia nacquero da subito. Io sono il quinto dei
figli e, assieme ai maggiori di età, tutti cercavamo di supplire alle
difficoltà sopra citate. Non è stato facile, perché mio papà non era
iscritto al partito fascista e quindi parte di questa sua scelta è
ricaduta sui figli.
Finite le elementari, su suggerimento del regime, dovetti seguire i tre
corsi interni al Cantiere del Tirreno. Superati i corsi in due anni, a
distanza di mesi, all’età di 16 anni e mezzo mi fu possibile entrare nel
Cantiere con la qualifica di scaldachiodi. Quindi la famiglia anche con
il mio piccolo contributo cominciava a respirare in un altro modo.
Col passare di due anni circa, si era affacciato in me il senso di una
insopportabile ingiustizia. E, pur facendo il mio lavoro, ero diventato
un isolato ribelle. Questo mio comportamento di ribelle si placò
parzialmente quando mi venne offerta una categoria di lavoro diversa.
Non che la categoria di scaldachiodi fosse degradante, solo che la si
poteva esercitare senza attendere due anni e mezzo. Divenni dunque
“maestro d’ascia” e il capo stesso di detta categoria, avendo saputo la
mia provenienza, mi affidò quasi subito lavori di una certa
responsabilità. Anche in seguito a questi fatti ripresi fiducia su tante cose. Così, in
seguito a un altro grande insegnamento, mi è stato possibile nel
Cantierino di Ponente del paese costruire lo scafo di una imbarcazione
da pesca. Uscendo da questa esperienza, in me si è radicata la convinzione che per
la costruzione di una persona è molto importante la formazione che si
riceve, possibilmente all’interno di una libera scuola in un libero
stato.
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Mi
chiamo LINA ZURRU
sono nata il 1° febbraio 1924 in Francia,
a Noyelles sur Lens, da papà sardo e mamma ligure. Mio padre, che qui
era detto “cariolante”, era emigrato in Francia, chiamato dai suoi
fratelli, per lavorare in miniera, insieme ad altri rivani.
Purtroppo nel
‘23 erano morti due suoi fratelli, sepolti sotto le gallerie per un
crollo. Allora per paura, con l’aiuto dei nonni rivani, ritornammo in
Italia, a Riva Trigoso, nel 1930. Furono anni molto duri, in famiglia eravamo in cinque e papà faceva
fatica a trovare lavoro. Si adattò a fare qualunque lavoro per darci da
mangiare. Infine lo presero nel Comune di Sestri Levante come
netturbino, ma la paga era bassa. Anche la mamma lavorava, faceva la
lavandaia nel fiume per dare una mano a papà per poter mangiare. Compiuti i sei anni, andai in prima elementare, ma il mio problema era
la lingua italiana. In casa infatti i miei genitori parlavano o il
francese o il dialetto rivano. Passato il primo momento di difficoltà,
mi adattai alla scuola e in più al pomeriggio tenevo una bambina. Terminata la scuola, a 13 anni entrai nel retificio Fratelli Stagnaro;
dato che ero piccola, per arrivare al telaio dovevo salire su un
panchetto, per mettere in moto la macchina che faceva le reti. Con gli
anni diventai una brava operaia e imparai tutti i segreti per lavorare
le reti e i derivati, filet, tramagli, lampare, tendine, reti per tutti
i tipi di pesca e per tutti gli sport. Negli anni ‘42 – ‘43 cambiai lavoro perché il retificio, a causa della
guerra, venne chiuso. Andai nei Cantieri Sangermani, dove si facevano
tende da campo, produzione di guerra. Ricordo che, quando sulla collina di Levante alzavano la bandierina
rossa che segnalava l’incursione degli apparecchi, noi scappavamo dal
Cantiere e ci buttavamo a terra negli orti del fattore in mezzo ai
peschi fioriti. Mi sono sposata nel 1946, allora lasciai il lavoro in fabbrica, ma
continuai a lavorare a domicilio, anche perché mio marito era
disoccupato. Sono contenta di aver portato avanti la mia famiglia: due figlie e,
adesso, anche tre nipoti, e sono bisnonna di un bellissimo nipotino.
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Mi
chiamo DANIELE MASSA
e sono nato a Velva, nel
comune di Castiglione Chiavarese, il 10 aprile 1924. All’età di nemmeno
6 anni sono rimasto orfano di padre e mia mamma è rimasta vedova a
quarant’anni con otto figli, il più grande dei quali aveva 21 anni.
Si viveva da
contadini a mezzadria, perciò la vita era di stenti. Con mio padre si
viveva meglio perché lui, oltre che il mezzadro, faceva anche il
muratore e si andava avanti discretamente. Dopo la sua morte mia mamma
ha mandato le mie sorelle a fare le donne di servizio, mentre noi più
piccoli stavamo in casa con lei. Io facevo il chierichetto e dicevano
che ero molto bravo. Il parroco del paese si interessò, d’accordo con
mia madre, per trovarmi un posto in seminario a Chiavari, in poche
parole per farmi diventare prete; ma, alla sera della vigilia della mia
partenza per il seminario, mentre mi trovavo con mia mamma in casa di un
mio zio, questo mio zio, per scherzo, mi disse: “Vai a farti prete e
così non potrai nemmeno prendere moglie, sei proprio un belinun!”
Io mi sono messo a piangere e non sono più voluto partire. Ho poi
passato alcuni anni a lavorare con questo mio zio, naturalmente quando
ero libero dalla scuola. Finita la quinta elementare, mia mamma, io, mio fratello del ‘22 e una
mia sorella del ‘26 ci trasferimmo a Sestri Levante ed io andai a fare
il garzone in un negozio di alimentari nell’attuale Piazza della
Repubblica, dove rimasi fino a 15 anni. Nel novembre del ‘39 entrai
nella FIT e andai avanti fino a che iniziò la guerra. Si lavorava da
bestie, 12 ore al giorno e il mangiare era sempre meno, era stato
razionato con la tessera annonaria. Il 1° dicembre del ‘43 ci fu il primo bombardamento a Sestri, dove, come
racconterò in seguito, rimasi ferito. Dopo la mia guarigione, io e mio
fratello del ‘22 scegliemmo di andare in montagna con i partigiani. Fu
una lotta molto dura, di stenti, privazioni, freddo e fame, ma
finalmente arrivò la Liberazione il 25 aprile ‘45. Dopo la Liberazione
mi fermai per parecchi mesi al Comando della Divisione “Coduri”, dove
facevo il segretario del comandante “Virgola”. Quando nacque l’ANPI,
divenni il primo presidente della sezione di Sestri Levante. Quando
eravamo ancora in montagna, nel dicembre del ‘44, io e mio fratello
aderimmo al PCI. Rientrai in FIT, ma non smisi mai la mia attività sia
nell’ANPI sia nel partito. Nel 1956 fui candidato per la prima volta
alle elezioni amministrative e divenni assessore alla Pubblica
Istruzione, carica che mantenni fino al 1964, mentre rimasi consigliere
comunale fino al 1969, quando mi ritirai dall’attività politica. Non
smisi mai invece di dedicarmi al rafforzamento dell’ANPI, cosa che
faccio ancora oggi con grande piacere e con molta soddisfazione.
Nel 1979 - ‘80 cominciai a dare attività anche nella cooperazione e
proprio in quegli anni fui eletto presidente della Sezione Soci della
Coop di Sestri Levante, carica che detengo ancora oggi. Infine vorrei ricordare alcune persone che, posso dire, per me sono
stati dei veri maestri. Mi riferisco a Oreste Ocule, sindaco della
Liberazione, a Giorgio Guerisoli, anche lui sindaco per circa tre anni,
e a Giuseppe Tannino, per tanti anni funzionario prima del PCI e poi di
Coop Liguria.
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Sono GIOVANNA PERI
nata a Riva
Trigoso il 21 settembre 1928 da genitori rivani. Sono contenta di far
parte del gruppo “Fermiamo i
nostri ricordi”, spero riesca un bel libro, che tutti i nostri
ricordi siano apprezzati dai giovani di oggi e siano graditi per quelli
di ieri. Ho avuto
un’infanzia molto felice, ma per mia madre abbastanza difficile perché
mio padre, che faceva il nostromo sulle navi, appena dichiarata la
guerra era stato fatto prigioniero ed era stato fermato con la nave in
Irlanda. Mia madre ha dovuto mettersi a lavorare per crescere me e mio
fratello. Dato che il lavoro la impegnava tutta la settimana (lavorava a
Pila), io e mio fratello siamo andati a vivere con i nonni e lei tornava
solo la domenica. Dopo la classe quinta mi sarebbe piaciuto continuare gli studi, ma i
problemi economici della famiglia non me lo hanno consentito. Ho cominciato a lavorare presto, prima a ricamare, poi a cucire, e alla
morte di mio padre, come orfana di guerra, sono entrata nel Cantiere di
Riva che non avevo ancora quindici anni, per essere licenziata
nell’agosto 1955 quando mi sono sposata. Allora era così, le donne
servivano solo nel tempo di guerra. Dopo sposata, ho continuato per un periodo a fare la casalinga, ma
siccome una mia collega del Cantiere era andata impiegata in Comune, mi
aveva chiesto se ero disposta a fare ogni tanto qualche mese ed io ho
risposto entusiasta di sì. Posso dire che ho girato tutti gli uffici del Comune, fino a quando nel
1967 ho avuto il secondo figlio ed allora ho dovuto rinunciare perché
mia madre non era più in grado di tenermi due bambini. Oggi sono casalinga, ma in estate vado qualche ora al pomeriggio ad
aiutare mio figlio nello stabilimento balneare.
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Sono
EZIO VALLERIO
nato a Casarza Ligure il 25 luglio 1930.
Mia madre, Jerka Zoninovic, era croata, nata nel 1902 nell’isola di Hvar
da una famiglia che godeva di un discreto benessere; mio padre era nato
a Riva il 1897 da una famiglia numerosa, composta da sette maschi e due
femmine, e di ristrette condizioni economiche. Mio nonno era un muratore
di buon livello, per cui quasi la totalità dei figli hanno praticato il
mestiere del padre. Ho fatto le elementari a Casarza
Ligure. La scuola non ha mai esercitato in me un gran fascino, sono
sempre stato più attratto dalla natura, dai campi e in quei tempi molto
dall’attività venatoria. L’intenzione era che io proseguissi la scuola nell’istituto di
avviamento professionale di Sestri Levante, ma due gravi avvenimenti bellici
la interruppero. Uno fu il primo bombardamento di Sestri (1° dicembre
‘43): mia madre si spaventò tanto perché dovevo venire da Casarza a
Sestri in bicicletta, inoltre in quel bombardamento persi mio zio, che
si trovava nella trattoria “Paolin”. Il secondo fu che pochi anni prima
mio padre era stato licenziato dalla TLM di Casarza in quanto si era
rifiutato di iscriversi al partito fascista e, dato che la situazione
economica era diventata difficile per noi, si decise che io andassi ad
aiutare mio padre che, nel frattempo, aveva ripreso la vecchia attività
di muratore in proprio. Racconterò in seguito le vicende belliche che ci portarono tutti a
fuggire in montagna e a partecipare alla Resistenza. A fine aprile ‘45,
via Reppia, ritornammo a Sestri. Trovammo una città sconvolta dai
bombardamenti, ma felice per la liberazione. Trovammo ospitalità dai
nostri cugini, cercammo i nostri mobili, ma non trovammo quasi più
niente. C’era da ricominciare da capo. Mio padre si mise a lavorare dove poteva, facendo vari mestieri. Anch’io
dovevo lavorare, ma trovavo molte difficoltà. Incominciavano le
discriminazioni politiche. Mi adattai a fare vari mestieri: meccanico in
nero, manovale, pescatore. Nel 1949, quando la FIT tornò in piena attività, riuscii ad entrare e ad
avere un posto relativamente sicuro. Vi rimasi 20 anni, ma, a causa
della mia attività politica, furono anni duri: discriminazioni, minacce
di licenziamento ogni volta contestate da me e dal sindacato. Infine, di
mia iniziativa, mi licenziai. Passai attraverso diverse professioni,
finché io e mia moglie decidemmo di rilevare il negozio di abbigliamento
che aveva aperto mio fratello e successivamente ne aprimmo uno che
divenne fra i più discreti del settore in Sestri Levante. Non avevo mai abbandonato l’impegno politico. Fui segretario del mio
partito, il PCI, e per due volte fui eletto consigliere comunale. Nell’ottobre ‘86 mio fratello maggiore morì per un tumore all’età di 63
anni. Questa perdita mi sconvolse e ancora adesso il ricordo mi provoca
molti rimpianti. Spesso lui mi invitava a godermi di più la vita; mi
diceva che noi non avevamo avuto una vera infanzia. La durezza
dell’esistenza ci aveva molto uniti. La mia famiglia è sempre stata una
famiglia unita, le amarezze e le difficoltà di ognuno erano le
difficoltà di tutti. Così, dopo 25 anni di attività commerciale, decisi
di seguire il suo consiglio e, per godermi a mio modo la vita, sono
ritornato alla passione dell’infanzia: la terra e i suoi frutti. Quindi,
finché la salute mi assisterà, continuerò a coltivare questa mia
passione.
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Mi chiamo EMANUELE GUEGLIO
(Manuel) e sono nato
a Sestri Levante in Via della Rimembranza, tra la “Regina” e il “Mira”,
il 18 giugno 1934; sono nato nel momento in cui passava la processione
che portava la Madonna proveniente dal monte Grappa alla chiesa della
Madonnina del Grappa. La Madonna era arrivata al porto da Genova ed era
stata fatta con il bronzo dei cannoni della guerra del ‘15 – ‘18. Mio padre Giò
Batta lavorava in Cantiere come maestro d’ascia, mia mamma Caterina era
sarta. Dopo aver frequentato la scuola elementare presso l’istituto “Monumento
ai caduti” nell’attuale Piazza della Repubblica, ho frequentato un corso
per modellista meccanico e nel frattempo andavo alle scuole serali per
diventare tornitore. Ma, dopo l’introduzione della saldatura, il
mestiere che avevo imparato andò man mano in via d’estinzione.
Da quel momento iniziai a fare il pescatore e iniziai a viaggiare sui
leudi per caricare il vino nelle isole d’Italia. Quando si andava
all’isola d’Elba, a settembre, il viaggio andata e ritorno durava una
settimana, dieci giorni se il tempo era cattivo. Gli armatori però
dichiaravano sempre non più di tre giorni, per non pagare i contributi. Nel 1958 sono entrato in FIT, dove sono rimasto fino alla pensione. Ma
non ho mai smesso di andare anche per mare perché un lavoro non bastava
mai. I miei ricordi sono legati soprattutto al mare. Il lavoro in fabbrica è
sempre stato monotono. Quando potevo e i turni me lo consentivano,
scappavo in mare.
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Mi chiamo
MIRELLA ZOLEZZI
sono nata a Riva Trigoso, in Via delle Americhe n. 10, ora 20, “portata” dalla levatrice
il 22 settembre 1935. Dovevo già essere una rompiscatole perché il latte
di mia mamma non mi garbava e allora cercarono una balia. Lei allattava
me e mia mamma la sua bimba. L’infanzia fu
molto felice, vivevo in una casa con giardino e orto pieno di alberi da
frutta, galline e conigli. Unico cruccio l’arrivo, ogni 3 – 2 anni, di
un’altra sorellina. Credo che questo fatto abbia poi condizionato le mie
scelte future. Appena diplomata maestra, il parroco di San Bartolomeo della Ginestra,
don Stagnaro, mi chiamò, assieme a Bruna Garibotto, a fare la maestra
nell’asilo parrocchiale appena terminato. Era la fine del 1954. Durò
poco più di un anno poiché ci trovammo subito in difficoltà economiche.
Un’altra breve esperienza lavorativa a Riva la feci come segretaria al
Cantierino di Ponente. Nel 1959 presi la via di Londra.
Nel 1960 ero a Milano dove, da sola, mi ero trovata un impiego.
Cominciavo così a conoscere il mondo affascinante dei libri. Mi fu
affidata una stupenda biblioteca di una casa editrice, dove c’era
persino un quadro di De Chirico. Passai poi ad un’altra biblioteca, questa volta scientifica. In mezzo c’è tutta la seconda metà del ‘900. Dalla strage di Piazza
Fontana agli anni di piombo, dalla speranza di “venceremos” alla
delusione. Naturalmente vissi appieno, da militante del PCI, questa
stagione straordinaria, subendo poi l’amara sconfitta dei nostri ideali. Dopo 30 anni di lavoro, anche appassionante, nella stessa azienda,
compiuti 55 anni, fui inserita nella lista degli “espulsi” cassintegrati
e un venerdì, 19 luglio 1990, la lista venne appesa nella portineria
dell’azienda. Mi sovvenne, allora, quello che ripeteva spesso uno dei primi dirigenti
della vecchia guardia: siamo uomini o caporali? La battuta di Totò
calzava alla perfezione. È una ferita che non si è mai rimarginata e che non ho mai perdonato. È anche uno dei motivi della mia militanza nella CGIL, nonostante l’età.
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Mi chiamo
ADRIANA MARENGO
sono nata a Genova
il 25 novembre 1937. Per motivi di lavoro la mia famiglia, composta da
mio padre, mia madre, mia sorella ed io (mio fratello nacque nel 1944),
nel 1941 ci trasferimmo a Casarza Ligure. Era iniziata la seconda guerra
mondiale. Quello della
guerra fu un periodo molto brutto. Ci trasferimmo prima a Barletti, poi
a Cardini. Il disagio fu enorme. Io sono nata con un difetto alla gamba
sinistra e dovevo essere operata; ma l’intervento dovette essere
rimandato a causa della guerra. Finita la guerra e ritornati, per così dire, alla normalità, mio padre,
assieme al medico di cura, iniziò a pensare all’intervento. Il luminare
di quell’epoca era un tedesco, si chiamava Enrico Packner. In seguito
seppi che non aveva potuto fare niente per sua figlia che in un
incidente aveva perso l’uso delle gambe… Ne fui addolorata.
Ritornando a me, lo studio del professore si trovava a Genova. Per le
frequenti visite a cui dovevo sottopormi, mio padre mi portava sulla
canna della bicicletta da Casarza alla stazione di Sestri Levante, dove
prendevamo il primo treno che passava, anche se era un treno merci. I
treni allora non rispettavano mai l’orario. Ricordo che, arrivati sul
ponte di Recco, procedevamo lentissimi perché il ponte era stato
lesionato dai frequenti bombardamenti. Tutti i passeggeri, che prima
chiacchieravano tra loro, si fermavano di botto e trattenevano il
respiro, sino a che si superava il ponte. Al ritorno era la stessa cosa.
Nel 1946, per andare da Casarza Ligure a Genova e ritorno, occorreva una
giornata. La mia famiglia stette a Casarza fino al 1953, poi ci stabilimmo a
Sestri Levante, dove mio padre era riuscito a comprare un appartamento.
Io, che non avevo studiato, andai a lavorare in un laboratorio di
maglieria – sartoria. Mi sposai nel ‘61 e nel ‘66 ebbi un figlio. Abitai
prima a Riva Trigoso, poi a Lavagna, poi nel ‘73 ritornai a Riva per
motivi di famiglia. Nel 1992, alla morte dei miei genitori, tornammo a
Sestri Levante nella casa paterna, dove vivo tuttora.
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Mi chiamo GIOVANNINO BERTORINO
e sono nato a
Sestri Levante il 26 luglio 1938; mio padre Pietro (Pierin du
Pecca) era pescatore e surraire (marinaio che trasportava
sabbia), professioni lasciate nel 1937, quando si è sposato, per
entrare a lavorare in FIT con lo scopo di
avere un guadagno costante e forse più sicuro. Mia madre
Maria Baliani proveniva da una famiglia contadina di Casarza Ligure.
Sono figlio unico. Ho frequentato l’asilo presso le suore della Presentazione
nell’Isola. Al bombardamento della Tubifera, papà è arrivato a casa
completamente sporco di sangue a causa delle molteplici graffiature
che si era procurato con i rovi della valletta sullo stradone della
FIT, che ha percorso per fare ritorno a casa, ma fortunatamente
illeso. Alla sera siamo andati a dormire in galleria (nelle vicinanze
dell’attuale hotel Helvetia) e il giorno dopo siamo sfollati a
Casarza Ligure nella casa del nonno materno, in località “Costa di
Camezzana”. Il 25 Aprile 1945 (giorno della Liberazione) era previsto il
passaggio di aerei alleati ed era convenuto che la popolazione
stendesse lenzuola bianche sui tetti e davanzali; la mamma, salita
in terrazzo per ottemperare a queste indicazioni, si è appoggiata al
parapetto, ma questo ha ceduto e lei è caduta sul lastricato
sottostante (circa 7-8 metri di altezza). È morta senza riprendere
conoscenza alle dieci di sera. Ritornati con papà a Sestri, ho frequentato le classi seconda e
terza dalle suore Maestre Pie, mentre la quarta e la quinta alle
pubbliche, in Piazza della Repubblica, dove non si pagava la retta
mensile. Iscritto all’Avviamento (la scuola media era privata dalle
suore e la statale era a Chiavari), ho finito con i due anni di
scuola tecnica nel 1955. Dal 1953 ho passato le estati a pescare alla lampara per contribuire
al bilancio familiare. Come racconterò più avanti, ho fatto
esperienza di diversi lavori e, contemporaneamente, ho continuato a
studiare. Ho cominciato ai Cantieri del Tirreno a Riva Trigoso, per finire,
dopo il conseguimento del diploma di Perito meccanico, all’ITIS “G.
Natta” di Sestri Levante in qualità di docente tecnico pratico. Per
avere più risorse per la famiglia, dal 1963 al 1987, oltre al mio
lavoro, sono sempre andato a pescare per tutta l’estate con circa
110-130 notti passate a mare. Sono andato in pensione nel 1992. Mi
sono sposato nel 1966, ho due figli e tre nipoti. Nel 1988, assieme a un collega, ho costituito l’OCM, Officina
Costruzioni Meccaniche e dal 1990, con l’aiuto dei figli, ho gestito
la ditta fino alla fine del 2000.
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Leudo nel porto di Sestri Levante

Sestri Levante 8 marzo 1946 - Il primo anniversario della Festa
della donna

Sestri Levante - Mareggiata: quando i due mari si univano

Sestri Levante - Bambine che giocano all'asilo
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